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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

Infrastrutture di pagamento UE

Crypto e finanza tradizionale: possibile unificazione?

Paola Portuese

Per capire perché finanza tradizionale e mondo crypto stiano cominciando ad avvicinarsi bisogna partire da una domanda apparentemente elementare: chi paga gli interessi sul denaro?

Nel sistema tradizionale esiste una catena riconoscibile. La banca centrale stabilisce il prezzo di riferimento della liquidità; le banche raccolgono depositi, concedono prestiti e fissano i propri tassi incorporando quel riferimento, il rischio del debitore, la durata e il proprio margine. I tassi pagati da famiglie e imprese non coincidono quindi con quello della banca centrale, ma ne subiscono l’influenza. Attraverso questa catena un aumento o una riduzione dei tassi può rallentare o accelerare credito, investimenti e consumi: è uno dei principali strumenti attraverso cui la politica monetaria agisce sull’economia.

Il mondo crypto nasce invece fuori da questa architettura. Bitcoin, per esempio, non paga un interesse semplicemente perché viene posseduto. Non c’è una banca centrale del Bitcoin che stabilisca quanto debba rendere. E neppure una stablecoin genera necessariamente un interesse per il suo possessore: un token che vale un dollaro può continuare a valere un dollaro senza remunerare chi lo detiene.

Eppure oggi detenere stablecoin può comunque generare un rendimento. Non perché il token, da solo, produca interessi come un deposito bancario, ma perché può essere utilizzato all’interno di piattaforme che lo prestano, lo impiegano in attività finanziarie o redistribuiscono parte del rendimento ottenuto sulle riserve che ne garantiscono il valore. Il rendimento non nasce necessariamente dalla stablecoin, può invece essere scaturire dall’attività finanziaria costruita intorno ad essa.

È qui che le due finanze cominciano paradossalmente a incontrarsi.

La Banca dei regolamenti internazionali ha rilevato nel 2026 che alcune piattaforme centralizzate remunerano i possessori di stablecoin e che, quando il rendimento deriva dalle attività detenute a riserva, esso tende addirittura a seguire i tassi ufficiali. Quando deriva invece da altre attività di mercato può essere invece molto più volatile.

Quindi anche un sistema nato per essere indipendente dalla politica monetaria può finire per offrire rendimenti che dipendono proprio dai tassi fissati nel sistema monetario tradizionale.

Non è una questione marginale. Se una stablecoin denominata in dollari diventasse capace di offrire stabilmente una remunerazione concorrenziale rispetto a un deposito bancario, il risparmiatore avrebbe una nuova alternativa. Il denaro potrebbe uscire dai depositi bancari e trasferirsi verso token che circolano su infrastrutture differenti.

Negli Stati Uniti la questione è considerata abbastanza concreta da aver determinato una scelta precisa: la legge federale sulle stablecoin approvata nel 2025 vieta agli emittenti di stablecoin di corrispondere direttamente interessi o rendimenti ai possessori. La stessa Casa Bianca riconosce che una delle ragioni è proprio il rischio che stablecoin remunerate sottraggano depositi alle banche, riducendone potenzialmente la capacità di concedere credito.

Negli Stati Uniti il divieto riguarda innanzitutto l’emittente della stablecoin: questi non può remunerare direttamente il possessore semplicemente perché detiene il token. Il rendimento può però arrivare attraverso un altro soggetto, ad esempio un exchange presso il quale la stablecoin è depositata. Si crea così una struttura a tre livelli: l’emittente investe le riserve e ne ricava un rendimento, l’exchange può ricevere parte dei ricavi collegati alla stablecoin e il cliente può ottenere dall’exchange una remunerazione o una ricompensa (reward). Proprio questa possibilità è oggi uno dei punti più controversi della regolazione americana, perché occorre distinguere una remunerazione realmente offerta dall’intermediario da un interesse dell’emittente semplicemente fatto transitare attraverso un soggetto terzo.

Vietare formalmente alla stablecoin di pagare interessi non basta se il rendimento economico delle riserve può comunque raggiungere il possessore attraverso un altro anello della catena. È proprio qui che stablecoin e depositi bancari cominciano a competere davvero.

L’Europa è andata ancora oltre: la normativa europea sui mercati delle cripto-attività vieta sia agli emittenti sia ai prestatori di servizi di riconoscere interessi sulle principali stablecoin regolamentate e considera interesse anche benefici economicamente equivalenti collegati alla durata della detenzione.

Per Bitcoin e per le altre crypto che non perseguono la stabilità rispetto a una valuta o a un’attività di riferimento — e che possono quindi presentare una volatilità decisamente maggiore — non esiste invece un divieto generale di rendimento analogo a quello previsto per le stablecoin. Il punto è che il rendimento, quando c’è, nasce da un’attività ulteriore rispetto al semplice possesso del token.

Esempi tipici sono:

  • USA: Bitcoin, Ether, Solana, Litecoin, Dogecoin e altre crypto che non promettono un valore stabile rispetto al dollaro o ad altre attività.
  • Unione europea: gli stessi tipi di crypto rientrano, a seconda dei casi, nella categoria generale delle cripto-attività diverse da token collegati ad attività e token di moneta elettronica. Bitcoin è l’esempio più chiaro.

Qui non esiste un obbligo di riserva 1:1 e non esiste neppure un divieto generale del tipo ‘non puoi riconoscere rendimento’. Per Bitcoin, per esempio, detenerlo nel wallet non genera alcun interesse. Ma un intermediario può offrire un rendimento se gli vengono prestati Bitcoin, oppure può costruire un prodotto finanziario che remunera il deposito. In quel caso il rendimento deriva dal contratto o dall’attività finanziaria ulteriore, non da Bitcoin in sé.

Per le crypto basate su proof-of-stake, come Ether o Solana, c’è poi un’altra fonte di rendimento: lo staking. Nell’Unione europea è stato chiarito che la normativa sulle cripto-attività non vieta lo staking in quanto tale. Il possessore può immobilizzare i propri token per partecipare al funzionamento della rete e ricevere ricompense; anche i servizi di staking possono essere offerti dagli intermediari entro le regole applicabili.

Il legislatore tende dunque a vietare o circoscrivere il rendimento proprio dove il token assomiglia di più alla moneta o a un deposito; non lo vieta invece dove il rendimento deriva da rischio, prestito o partecipazione al funzionamento della rete.

Il discrimine non è semplicemente ‘crypto sì/crypto no’. L’oggetto della vigilanza riguarda se quel rendimento sta trasformando un token stabile in un concorrente della moneta bancaria, oppure se invece remunera un’attività finanziaria o tecnologica distinta.

Ed è qui che emerge anche la differenza tra Stati Uniti e Unione europea: negli USA il divieto colpisce soprattutto l’emittente; nell’UE è più ampio e comprende anche i prestatori di servizi crypto e i benefici economicamente equivalenti agli interessi.

Differenza USA-UE sul piano regolatorio

USAUnione europea
Stablecoin regolamentateCopertura almeno 1:1Copertura sostanzialmente 1:1
Attività di riservaDollari, depositi presso intermediari ammessi, Treasury a breve termine, reverse repo garantiti da Treasury e altri strumenti ammessiDepositi bancari + strumenti finanziari sicuri, liquidi e a basso rischio
Quota obbligatoria in bancaNon esiste lo stesso schema percentuale fisso previsto dalla normativa europeaPer i token di moneta elettronica almeno 30% dei fondi deve essere depositato presso enti creditizi
Separazione patrimoniale delle riserveSìSì
Interessi sulle stablecoinIl GENIUS Act vieta all’emittente di riconoscere direttamente qualsiasi forma di interesse o rendimento al possessore della stablecoinMiCA vieta interessi sia agli emittenti sia ai prestatori di servizi per le cripto-attività per i token collegati ad attività e per i token di moneta elettronica
Benefici economici equivalenti agli interessiIl GENIUS Act non vieta espressamente tutte le remunerazioni offerte da affiliati o soggetti terzi; proprio questo spazio è oggetto di ulteriore discussione regolatoria negli USAMiCA è più esplicito: considera ‘interesse’ qualsiasi remunerazione o altro beneficio legato alla durata della detenzione. Per i token di moneta elettronica comprende anche compensazioni nette, sconti o benefici equivalenti, anche se provenienti da terzi, quando direttamente collegati al token
Chi può quindi remunerare indirettamente il possessore?Un soggetto terzo può ancora, nell’attuale disciplina, offrire alcune forme di reward o rendimento, purché non si tratti semplicemente dell’interesse dell’emittente trasferito artificialmente attraverso di luiLo spazio è molto più ristretto: se il beneficio economico dipende dalla durata della detenzione della stablecoin ed è direttamente collegato ad essa, MiCA tende a qualificarlo comunque come interesse vietato
Crypto come BitcoinNessuna riserva obbligatoriaNessuna riserva obbligatoria
Divieto di interessi sulle crypto non-stablecoinNessun divieto generale analogo al GENIUS Act. Bitcoin non produce interesse di per sé, ma può essere prestato; altre crypto possono generare ricompense da stakingNessun divieto generale analogo a MiCA per Bitcoin e crypto non assimilabili a stablecoin. Eventuali rendimenti dipendono da staking, prestito o altri servizi
Logica economica della disciplinaEvitare che una stablecoin remunerata diventi un concorrente diretto dei depositi bancari e favorisca il trasferimento di raccolta fuori dalle bancheEvitare che stablecoin e token assimilabili vengano utilizzati come strumenti di risparmio remunerato e riducano l’efficacia della politica monetaria e della sovranità monetaria

È difficile non vedere una logica comune: far emergere il mondo crypto dal territorio finanziario parallelo e ricondurlo progressivamente dentro un sistema nel quale sia identificabile chi emette, cosa garantisce il token, quale rischio assume il possessore e attraverso quale moneta avviene il regolamento finale.

Gli Stati Uniti stanno procedendo soprattutto portando gli strumenti crypto verso i mercati regolamentati. Nel 2026 l’autorità americana sui derivati ha aperto ai perpetual futures — contratti senza una scadenza prefissata diventati enormemente popolari sulle piattaforme crypto — all’interno di borse sottoposte alla vigilanza statunitense. Parallelamente l’autorità che vigila sui mercati azionari ha iniziato a consentire, in forma sperimentale e sottoposta a condizioni, la negoziazione sulla blockchain di azioni americane tokenizzate.

L’Europa sta percorrendo la strada complementare: portare la moneta della banca centrale verso la finanza tokenizzata. Dal 21 settembre 2026 l’Eurosistema ha avviato Pontes, che permette di regolare transazioni all’ingrosso su attività tokenizzate direttamente in moneta di banca centrale. In altri termini, il titolo può essere trasferito attraverso una nuova tecnologia, ma il pagamento finale può continuare ad appoggiarsi all’attività finanziaria considerata priva di rischio di credito: la moneta emessa dalla banca centrale.

Resta però la domanda più concreta: una transazione tokenizzata è migliore di una transazione tradizionale?

Non necessariamente.

Può diventarlo quando consente di trasferire contemporaneamente attività e pagamento, eliminando l’intervallo durante il quale una parte ha consegnato e l’altra deve ancora pagare; può funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro; può rendere automatiche alcune condizioni contrattuali e può semplificare operazioni internazionali oggi distribuite tra molti intermediari. Esperimenti condotti con banche centrali e istituzioni finanziarie hanno già dimostrato che la tokenizzazione può eseguire regolamenti transfrontalieri simultanei tra valute diverse.

Ma ‘tokenizzato’ non significa automaticamente più sicuro o più economico. Una nuova infrastruttura può creare dipendenza da piattaforme, programmi informatici e soggetti esterni; può frammentare la liquidità tra reti non comunicanti e può introdurre nuovi rischi operativi e giuridici. La Banca dei regolamenti internazionali avverte infatti che tokenizzazione e blockchain possono aggiungere nuovi punti di vulnerabilità proprio attraverso gestori delle piattaforme, sistemi che collegano blockchain differenti e fornitori dei dati necessari all’esecuzione automatica delle operazioni.

La partita, dunque, non sembra più essere crypto contro finanza tradizionale.

Sta diventando una competizione per decidere quale parte dell’una verrà incorporata nell’altra. Gli Stati Uniti stanno cercando di portare prodotti e mercati crypto dentro il proprio sistema finanziario; l’Europa cerca contemporaneamente di portare la propria moneta pubblica dentro le nuove infrastrutture digitali.

E forse è proprio questo il punto d’arrivo: non eliminare la blockchain e neppure consegnarle la finanza, ma utilizzare la tecnologia nata per fare a meno degli intermediari senza rinunciare alla banca centrale che determina il prezzo ultimo del denaro.

Quasi una rivoluzione, purché alla fine qualcuno continui a decidere quanto costa il denaro, anche quello rappresentato da crypto e stablecoin.