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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

Tassi d'interesse

Aspettative economiche e politica monetaria: confronto US vs UE

Paola Portuese

Il differenziale dei tassi tra Stati Uniti ed Europa non racconta più soltanto una divergenza di politica monetaria. Racconta due diverse aspettative sul futuro: da una parte un’economia americana che i mercati continuano a immaginare più dinamica, sostenuta da tecnologia, intelligenza artificiale e deregolamentazione; dall’altra un’area euro più esposta al rischio di una combinazione scomoda: crescita debole, energia cara e inflazione più persistente.

Il punto più evidente è Wall Street. Secondo una stima attribuita da Reuters agli strategist di Goldman Sachs, gli utili attesi oltre i prossimi dieci anni — il cosiddetto terminal value — rappresenterebbero circa il 75% del valore azionario dell’S&P 500, vicino ai massimi degli ultimi 25 anni.

Questa struttura rende l’azionario americano molto sensibile ai tassi reali di lungo periodo, ma anche molto sostenuto dalla promessa di crescita futura. Il boom dell’intelligenza artificiale ha rafforzato l’idea che gli Stati Uniti possano mantenere una traiettoria di produttività superiore. L’Ocse ha indicato la domanda legata alle tecnologie di IA tra i fattori che hanno sostenuto l’economia globale prima dello shock energetico mediorientale; altri osservatori hanno sottolineato come gli investimenti in AI stiano alimentando capitale fisico, data center, semiconduttori, software e infrastrutture energetiche.

A questo si aggiunge la componente regolatoria. Negli Stati Uniti l’amministrazione Trump ha impostato una linea dichiaratamente favorevole alla rimozione di ostacoli normativi all’IA, revocando precedenti indirizzi considerati restrittivi e puntando a rafforzare la leadership tecnologica americana. Il perimetro della deregolamentazione riguarda soprattutto IA, iter autorizzativi per infrastrutture e data center, energia, vincoli ambientali e revisione più ampia delle regole federali.

L’area euro, invece, appare più vulnerabile a uno scenario stagflazionistico. L’ultima indagine SAFE della Bce mostra condizioni di credito bancario più restrittive, aspettative di aumento dei prezzi di vendita e dei costi non salariali, ma aspettative salariali in lieve moderazione e aspettative d’inflazione di medio termine stabili. Questo attenua il rischio immediato di una spirale salari-prezzi, ma non elimina il problema: se l’energia resta cara, le imprese europee subiscono margini compressi, domanda più fragile e costo del credito più elevato.

La guerra in Iran ha accentuato questa frattura. I mercati obbligazionari hanno rivalutato rapidamente il rischio inflazione: in Europa i rendimenti sono saliti in modo diffuso, con i biennali più sensibili alle attese di politica monetaria e i decennali influenzati dalle prospettive di crescita e dal premio al rischio.

Il risultato è che il differenziale reale a 10 anni tra titoli di Stato americani e debito dell’area euro si è ampliato dall’inizio del conflitto. Le conseguenze sono rilevanti. Primo: il dollaro può restare sostenuto dai rendimenti reali lunghi, anche se il vantaggio americano sui tassi a breve si riduce. Secondo: l’Europa rischia condizioni finanziarie più dure proprio mentre la crescita rallenta. Terzo: le borse americane continuano ad attrarre capitali perché incorporano una narrativa di crescita futura più forte, ma diventano più vulnerabili se i tassi reali dovessero salire ancora. Quarto: la Bce si trova in una posizione più scomoda della Fed, perché deve reagire a uno shock d’offerta senza soffocare un’economia già debole.

In sintesi, il confronto Stati Uniti vs. Europa non si sta ricomponendo: si sta dividendo lungo la curva dei rendimenti. Sul breve termine i tassi possono convergere; sul lungo termine, invece, i mercati continuano a prezzare due futuri diversi: uno più dinamico per gli US, uno più fragile per l’UE.