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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

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Il tramonto del trading retail

Paola Portuese

Nelle tre sedute precedenti il 31 luglio, l’indice KOSPI della Borsa sudcoreana aveva perso il 17,20 per cento. Un crollo verticale, accompagnato – come sempre accade in questi casi – da una fioritura di analisi, previsioni e titoli allarmistici delle principali testate finanziarie. La bolla dell’intelligenza artificiale, l’eccessiva dipendenza dai semiconduttori, la concorrenza cinese, l’indebitamento degli investitori retail: improvvisamente tutti sembravano sapere non soltanto perché il mercato fosse crollato, ma anche perché avrebbe dovuto continuare a farlo. Persino The Economist, con un articolo del 30.7.2026 dal titolo “South Korea’s stock-market boom is collapsing spectacularly“, aveva previsto l’inizio di una seria inversione di tendenza dell’indice sudcoreano.

Poi è arrivata la seduta del 31 luglio, con la chiusura della Borsa di Seul alle ore 15:30 locali, corrispondenti alle 8:30 del mattino in Italia.

Il KOSPI ha chiuso a 6.595,45 punti, con un rialzo del 17,91 per cento: oltre mille punti guadagnati in una sola giornata e la maggiore crescita giornaliera mai registrata dall’indice coreano. Samsung Electronics è salita di quasi il 27 per cento, mentre SK Hynix ha raggiunto il limite massimo del 30 per cento. In poche ore il mercato ha recuperato quasi interamente quanto aveva perso nei tre giorni precedenti, lasciando probabilmente sul terreno una quantità imprecisata di trader ribassisti, ordini stop e posizioni a leva.

È difficile trovare una rappresentazione più efficace della condizione del piccolo trader contemporaneo in via d’estinzione causa prosciugamento di liquidità.

Il crollo del KOSPI, del resto, non era nato nel vuoto. La miccia era stata accesa dal calo del Nasdaq e, più in generale, dalla brusca correzione dei titoli tecnologici americani. I dubbi sulla sostenibilità degli enormi investimenti nell’intelligenza artificiale avevano colpito le società statunitensi del settore e si erano rapidamente trasferiti alla Corea del Sud, il cui principale indice è ormai diventato una sorta di amplificatore asiatico delle oscillazioni del comparto tecnologico mondiale.

Samsung Electronics e SK Hynix rappresentano infatti una quota determinante della capitalizzazione del KOSPI. Se il Nasdaq arretra perché Wall Street comincia a dubitare della redditività futura dell’intelligenza artificiale anche a causa dei timori del rialzo dei tassi da parte della Fed, il mercato coreano non registra semplicemente la stessa preoccupazione: la moltiplica. Le grandi aziende americane acquistano infrastrutture, processori e memorie. Quelle coreane forniscono una parte essenziale dei componenti necessari. Il Nasdaq esprime quindi le aspettative sulla capacità dell’IA di produrre profitti, mentre il KOSPI riflette le conseguenze che quelle aspettative avranno sulla domanda mondiale di semiconduttori.

E anche la ripresa ha seguito la stessa traiettoria. Quando il Nasdaq ha invertito la rotta, guadagnando il 2,8 per cento dopo che i risultati delle grandi società tecnologiche americane avevano attenuato i timori sulla sostenibilità degli investimenti nell’intelligenza artificiale, il segnale si è immediatamente trasmesso a Seul. Le conferme giunte soprattutto da Microsoft e Amazon sulla prosecuzione della spesa in infrastrutture e capacità di calcolo hanno rassicurato gli investitori sulla futura domanda di semiconduttori e memorie. Ma ciò che a Wall Street si è tradotto in un deciso recupero, in Corea del Sud ha assunto le dimensioni di un’esplosione: il KOSPI ha chiuso la seduta del 31 luglio con un rialzo del 17,91 per cento. Il Nasdaq ha fornito l’innesco. Il mercato coreano, ancora una volta, ne ha moltiplicato gli effetti.

Il problema non è che i mercati siano diventati imprevedibili: lo sono sempre stati. Il problema è che oggi il trader retail è convinto di disporre degli stessi strumenti dei grandi operatori perché vede gli stessi grafici, riceve le stesse notizie e può impartire un ordine dal proprio smartphone in pochi secondi. Ma l’uguaglianza dell’accesso non è uguaglianza delle condizioni.

Dall’altra parte dello schermo operano istituzioni dotate di algoritmi e IA capaci di reagire in frazioni di secondo, enormi disponibilità finanziarie, informazioni sui flussi degli ordini, strumenti di copertura sofisticati e capacità di sopportare oscillazioni che, per un piccolo investitore, significano una margin call o la liquidazione automatica della posizione. Il retail arriva quasi sempre dopo: compra quando il rialzo è diventato una notizia e vende quando il ribasso è ormai raccontato come una catastrofe.

Non è neppure necessario immaginare una grande regia occulta che muova gli indici per spennare i risparmiatori. Il sistema funziona benissimo anche senza complotti. Le piattaforme guadagnano dall’operatività, gli intermediari dagli spread e dalle commissioni, i siti finanziari dall’attenzione generata da titoli sempre nuovi, mentre gli operatori più sofisticati possono sfruttare l’affollamento delle posizioni e la prevedibilità degli ordini automatici. Tutti hanno interesse affinché il piccolo trader continui a fare qualcosa. Comprare, vendere, chiudere, riaprire: purché non rimanga fermo.

Le oscillazioni quotidiane diventano così occasioni da non perdere e ogni notizia riceve una spiegazione apparentemente razionale. Se il mercato sale, è tornata la fiducia. Se scende, aumentano i timori. Se crolla, cambia lo scenario globale. Se il giorno successivo recupera tutto, gli investitori riscoprono improvvisamente i fondamentali. La spiegazione arriva sempre puntuale, naturalmente dopo che il movimento si è già verificato.

La vicenda del KOSPI è esemplare. Per non parlare dell’articolo di ieri del prestigioso The Economist. Il crollo aveva attirato nuove posizioni ribassiste proprio mentre il mercato diventava vulnerabile a un rimbalzo. Sono poi bastate indicazioni rassicuranti sugli investimenti americani nell’intelligenza artificiale e sulla domanda di memorie per innescare gli acquisti. A quel punto, chi aveva scommesso su ulteriori ribassi è stato costretto a ricomprare, alimentando ancora di più il rialzo: una sorta di gigantesco short squeeze nel quale il mercato ha trasformato la paura del giorno prima nel carburante della giornata successiva.

Naturalmente, il rialzo record non cancella tutti i problemi della Borsa coreana: nonostante il balzo del 31 luglio, il KOSPI ha chiuso il mese con una perdita di circa il 22 per cento. Ma è proprio questa volatilità estrema a dimostrare quanto sia fragile la pretesa del trader retail di anticipare i movimenti di breve periodo. Anche una valutazione corretta sulla direzione generale del mercato può produrre una perdita devastante se il tempo, la leva o il punto d’ingresso sono sbagliati.

Diverso è l’investimento diversificato di lungo periodo, che partecipa alla crescita nominale e reale delle imprese e non pretende di indovinare la prossima seduta. Il trader, invece, tenta di guadagnare prevedendo ciò che faranno gli altri e accetta di competere proprio sul terreno nel quale dispone di meno informazioni, meno capitale e meno velocità.

Il vero prodotto venduto al retail, allora, non è il rendimento. È l’illusione di poter dominare il mercato attraverso grafici, notifiche e notizie dell’ultima ora. Un’illusione molto redditizia per tutti, tranne che per chi la compra.

Il mercato, del resto, ha bisogno di liquidità. E i trader retail sono disposti a fornirgliela.