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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

Mercati

Indici di borsa ed economia reale nel contesto nazionale ed europeo

Paola Portuese

Potrebbe apparire irrazionale analizzare l’andamento attuale delle Borse europee. Piazza Affari viaggia vicino ai massimi storici, l’Euro Stoxx 50 resta sostenuto dai grandi campioni continentali, eppure l’economia italiana ed europea procede con passo incerto, compressa da crescita debole, inflazione energetica e situazione geopolitica conflittuale. Ma il paradosso è meno misterioso di quanto sembri: gli indici azionari non misurano il benessere dell’economia reale. Misurano la redditività attesa di poche grandi società quotate.

Le Borse europee, e in particolare il FTSE MIB, sembrano raccontare una storia di forza mentre sia l’economia reale italiana sia quella europea si trovano in uno stato di estrema fragilità.

La disconnessione nasce dal fatto che gli indici azionari non sono l’economia. Il FTSE MIB e l’Euro Stoxx 50 misurano l’andamento di grandi società quotate, spesso internazionalizzate, finanziarie, energetiche, industriali o difensive. Il PIL, i salari reali, i consumi e la produzione industriale misurano invece la vita economica più ampia di famiglie, piccole imprese e settori meno rappresentati in Borsa.

Nel caso italiano la distanza è ancora più evidente: il FTSE MIB è vicino all’area dei 50.000 punti, con una performance a un anno molto forte e un rialzo da inizio anno ancora positivo. Ieri si posizionava intorno a 49.168 punti, +9,4% da inizio anno e +21,25% su base annua. Contestualmente la Commissione europea ha stimato per l’Italia una crescita reale del PIL di appena 0,5% nel 2025 e 0,5% nel 2026, con consumi frenati dalla perdita di potere d’acquisto e contributo negativo delle esportazioni nette.

Perché il FTSE MIB può salire anche se l’Italia cresce poco?

Il primo motivo è la composizione settoriale. Piazza Affari oggi è molto esposta a banche, energia, utilities, difesa, infrastrutture e industria. Non è un indice che fotografa il negozio sotto casa, il piccolo produttore indebitato o la famiglia con mutuo e bollette più care. Le banche italiane, in particolare, hanno beneficiato negli ultimi anni di margini d’interesse elevati, dividendi generosi, buyback e bilanci più solidi, fattori sufficienti a sostenere l’indice anche quando l’economia reale ristagna.

Il secondo motivo è che i mercati guardano agli utili attesi, non al PIL corrente. Se gli investitori ritengono che una società possa mantenere margini elevati, distribuire dividendi e difendersi dall’inflazione, il titolo può salire anche in un contesto macro debole.

Il terzo motivo è valutativo: non serve che l’Italia diventi una locomotiva economica perché il suo indice salga, bensì che le società quotate producano utili superiori alle aspettative e continuino a remunerare gli azionisti.

Lo stesso vale per l’Euro Stoxx 50. L’indice raccoglie 50 grandi società leader dell’area euro, distribuite tra otto Paesi, con nomi come ASML, Siemens, TotalEnergies, Schneider Electric, Santander, SAP, Allianz, Iberdrola e LVMH. È quindi un indice molto più esposto ai campioni multinazionali europei che alla fragilità complessiva dell’economia dell’eurozona.

Questo spiega perché l’indice possa reggere o salire mentre l’Europa resta debole: alcune grandi aziende hanno ricavi globali, pricing power, esposizione all’intelligenza artificiale, alla transizione energetica, alla difesa o ai servizi finanziari. La piccola manifattura tedesca, il consumatore francese o la famiglia italiana indebolita dall’inflazione pesano molto meno dentro l’indice.

Guardando ai conflitti internazionali in corso, è risultato evidente a chiunque come agiscano soprattutto attraverso tre canali: energia, inflazione e incertezza.

Secondo la BCE, la guerra in Medio Oriente ha già provocato rialzi di petrolio e gas destinati a spingere l’inflazione, pur con l’ipotesi che i prezzi dell’energia possano rientrare gradualmente secondo le attese di mercato. Anche il Fondo Monetario Internazionale parla di un nuovo shock di offerta energetico per l’Europa, capace di ridurre la crescita, aumentare l’inflazione e amplificare l’incertezza.

Per l’economia reale questo è un problema: energia più cara significa costi più alti per imprese e famiglie, margini compressi, consumi più deboli e investimenti rinviati. Per i mercati, però, l’effetto è più selettivo. Alcuni comparti soffrono ma altri possono beneficiarne. Energia, difesa, banche e alcune infrastrutture possono reggere meglio o addirittura trarre vantaggio da un ambiente di tassi nominali più alti, tassi reali negativi, spesa pubblica più orientata alla sicurezza e maggiore domanda di protezione strategica.

Dai fattori sopra citati nasce un’evidente disconnessione logica: i conflitti geopolitici internazionali impoveriscono il quadro macro, ma sostengono alcuni segmenti degli indici.

L’economia europea cresce poco perché la guerra aumenta costi, incertezza e inflazione, ma le Borse europee possono salire perché gli indici sono composti da società capaci di trasferire quei costi, beneficiare dell’andamento dei tassi attuale e prospettico, distribuire dividendi o intercettare spesa pubblica e domanda globale.

È una divergenza reale tra economia aggregata e profitti selettivi.

Per l’Italia il contrasto è particolarmente forte: da una parte un PIL atteso vicino allo zero virgola, dall’altra un listino trainato da banche e grandi gruppi. Per l’eurozona il quadro è simile: crescita debole, inflazione ancora sensibile agli shock energetici e rischio recessivo, ma indici sostenuti dai campioni industriali, tecnologici, finanziari ed energetici.

Un altro elemento che rafforza il paradosso è l’andamento dello spread BTP-Bund, oggi sorprendentemente basso rispetto al quadro generale. Nonostante crescita debole, debito pubblico elevato, shock energetici e guerra, il differenziale tra il decennale italiano e quello tedesco resta intorno ai 70-75 punti base: oggi lo spread si colloca a circa 72,6 punti base, con rendimento del BTP decennale al 3,789% e Bund al 3,062%.

Questo spread contenuto non significa che l’Italia sia diventata improvvisamente un’economia priva di vulnerabilità. Significa piuttosto che i mercati, per ora, distinguono tra debolezza macroeconomica e rischio finanziario immediato. L’Italia cresce poco, ma non viene percepita come vicina a una crisi di finanziamento. La stabilità politica relativa, il rientro graduale del deficit, la domanda ancora solida per il debito italiano e l’aspettativa che la BCE possa intervenire in caso di frammentazione eccessiva dell’eurozona contribuiscono a tenere basso il premio al rischio. Anche qui torna la stessa logica osservata sulle Borse: i mercati non stanno premiando una forte espansione dell’economia reale, ma una forma di stabilità finanziaria relativa.

Lo spread basso non rispecchia un’Italia forte bensì un’Italia che, agli occhi dei mercati, resta fragile ma finanziabile.

In altri tempi, un’economia quasi ferma, un debito elevato e una guerra capace di riaccendere l’inflazione energetica avrebbero probabilmente allargato il differenziale tra BTP e Bund. Oggi accade il contrario: lo spread resta compresso. È il segnale che il mercato non sta comprando una storia di crescita italiana, ma una storia di rischio controllato.

FTSE MIB alto, Euro Stoxx resistente e spread basso sono tre facce dello stesso fenomeno. Non indicano necessariamente salute dell’economia reale. Indicano invece che il capitale finanziario, almeno per ora, vede nell’Europa e nell’Italia un equilibrio fragile ma ancora gestibile.

La vera domanda non è perché la Borsa salga mentre l’economia rallenta. La vera domanda è chi, dentro questa economia, riesca ancora a trasformare la crisi in margini, dividendi e potere di mercato. Gli indici europei non stanno negando la fragilità dell’economia reale: stanno semplicemente mostrando che, in tempi di guerra e inflazione, il capitale quotato può difendersi meglio del reddito diffuso.