Per anni l’Unione europea ha potuto nutrire l’illusione di essere una potenza commerciale sufficiente a sé stessa: grande mercato interno, forte vocazione export, moneta comune, industria avanzata. La sequenza degli shock geopolitici degli ultimi anni ha però messo a nudo una realtà meno rassicurante. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto fosse fragile il modello energetico continentale, costruito anche sulla disponibilità di gas russo relativamente a buon mercato. La nuova fase in cui Washington è tornata a esercitare il proprio potere economico in modo più duro, unilaterale e conflittuale, anche nei confronti dell’Europa, ha invece evidenziato un’altra vulnerabilità: il vecchio continente è ancora troppo dipendente da un ordine economico e finanziario che non controlla del tutto. Risulta evidente a chiunque che oggi l’UE è un’istituzione troppo lenta nel costruire strumenti comuni di risposta. A ciò si aggiungono problemi che precedono entrambe le crisi: bassa crescita della produttività, mercati dei capitali frammentati, ritardo tecnologico e prezzi dell’energia più elevati rispetto ai principali concorrenti, come certificato sia dal rapporto Draghi sulla competitività sia dal Fondo monetario internazionale.
Queste debolezze hanno una traduzione immediata sul terreno commerciale. L’UE resta una grande potenza esportatrice, ma si trova stretta fra tre pressioni convergenti. La prima arriva dagli Stati Uniti, dove il ritorno di Trump ha riaperto la stagione dei dazi e della coercizione commerciale verso gli alleati. La seconda arriva dalla Cina, che combina sovracapacità industriale, prezzi aggressivi e crescente capacità di reindirizzare flussi commerciali verso l’Europa quando il mercato americano si chiude. La terza deriva dalla rinuncia, di fatto, alla vecchia dipendenza dal gas russo: scelta necessaria da un punto di vista geopolitico, ma economicamente costosa, perché ha sostituito una dipendenza concentrata con una vulnerabilità più diffusa ai prezzi internazionali del GNL e alle strozzature logistiche globali.
Su questo quadro già deteriorato si è abbattuta la guerra in Iran, che ha riaperto brutalmente il dossier della sicurezza energetica. Secondo le anticipazioni pubblicate da Bloomberg e Reuters sulla bozza della Commissione europea attesa per il 22 aprile 2026, il conflitto ha riportato in primo piano il costo sistemico della dipendenza europea da petrolio e gas importati. Secondo Bloomberg dall’inizio del conflitto la bolletta UE delle importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi di euro. Reuters ha inoltre riferito il 14 aprile che i prezzi europei del gas erano quasi raddoppiati nelle tre settimane successive all’inizio del conflitto del 28 febbraio e risultavano ancora circa il 35% sopra i livelli prebellici. Per un’economia che già soffre di prezzi energetici più alti rispetto a Stati Uniti e Cina, uno shock del genere non è solo congiunturale: è il moltiplicatore di tutte le debolezze pregresse, dalla fragilità industriale alla dipendenza dall’estero[1].
E proprio qui compare il paradosso. Le stesse dinamiche che hanno indebolito l’Europa stanno anche creando le condizioni politiche per una sua potenziale resurrezione strategica. La guerra in Ucraina ha costretto l’UE a coordinare meglio gli acquisti energetici, a investire in interconnessioni e a trattare la sicurezza economica come una materia comune. Le pressioni trumpiane hanno reso più visibile il costo della dipendenza da Washington. La pressione commerciale cinese sta spingendo Bruxelles a pensare in termini di difesa industriale, reciprocità e autonomia strategica. In sintesi, l’aggressività altrui sta generando un embrione di opposizione europea non solo alle politiche americane, ma anche all’idea che il continente debba limitarsi a reagire agli shock esterni. È questo il punto in cui la metafora del jujitsu diventa utile: usare la forza dell’avversario, o comunque dello shock, per riequilibrare la propria posizione. Non uno scontro frontale, ma una deviazione intelligente della pressione subita.
In chiave economico-finanziaria[2], il jujitsu europeo significa trasformare la vulnerabilità in leva. Se gli Stati Uniti usano tariffe e intimidazione commerciale, l’UE può rispondere accelerando l’integrazione del mercato unico, convogliando il risparmio privato europeo verso investimenti strategici europei e riducendo i costi energetici che oggi penalizzano l’industria. Se la Cina scarica nel mercato europeo la sua sovracapacità, Bruxelles può usare quella minaccia per giustificare strumenti comuni di politica industriale e commerciale prima considerati troppo ambiziosi – controlli sugli investimenti, aiuti pubblici coordinati, fondi comuni per filiere strategiche, strumenti contro la coercizione economica, ecc. -. Se le guerre ai confini dell’Europa dimostrano quanto sia costosa la dipendenza dai combustibili fossili importati, allora la transizione energetica smette di essere soltanto una politica climatica e diventa una politica di sicurezza economica.
È precisamente questa la logica che sembra affiorare nella nuova bozza di politica economica ed energetica della Commissione, anticipata da Bloomberg e Reuters e destinata alla pubblicazione il 22 aprile. Il testo, secondo le anticipazioni, prevede misure di breve periodo per contenere le bollette, una nuova spinta all’elettrificazione, l’idea di tassare l’elettricità meno dei combustibili fossili, la possibilità per i governi di azzerare più facilmente le imposte elettriche per le industrie energivore, incentivi alle smart grid [3]e un coordinamento europeo più stretto sul riempimento degli stoccaggi di gas per evitare corse simultanee agli acquisti. In sostanza, Bruxelles sembra voler usare lo shock iraniano non per congelare la transizione, ma per accelerarla e per ricablare il sistema produttivo europeo attorno a elettricità, reti, investimenti e minore esposizione ai combustibili importati.
Naturalmente gli ostacoli restano enormi. Cambiare la fiscalità energetica europea richiede l’unanimità degli Stati membri, e un tentativo analogo lanciato nel 2021[4] è ancora fermo. Inoltre, senza un vero mercato unico dei capitali e senza una politica industriale meno frammentata, il rischio è che la nuova stagione resti confinata alla retorica. Ma il punto politico decisivo è un altro: per la prima volta da molto tempo l’Europa ha davanti a sé una via concreta per convertire la pressione esterna in rafforzamento interno. Questo è, in fondo, il jujitsu economico UE: non negare la propria vulnerabilità, ma piegarla fino a farla diventare una forza.
[1] “EU to Bet on Electrification to Avert Recurring Energy Crises“, bloomberg.com, 14/4/2026; “War spurs EU plan for electricity tax cuts, faster shift from fossil fuels, draft shows”, 14/4/2026, reuters.com.
[2] In ottica geopolitica si veda “Geopolitical jujitsu can turn the tables on Trump“, 26/1/2026, reuters.com.
[3] Le smart grid sono reti elettriche digitalizzate e automatizzate, capaci di gestire in tempo reale flussi energetici sempre più complessi e di integrare in modo efficiente le fonti rinnovabili.
[4] Il precedente tentativo è la proposta di revisione della Energy Taxation Directive presentata dalla Commissione nel luglio 2021 (COM(2021) 563), rimasta bloccata in Consiglio per mancanza dell’unanimità richiesta in materia fiscale.


