Fare impresa nell’Unione Europea nel 2026 significa muoversi in un contesto che, come osserva Stephen Jen (Reuters, 4/2/2026[1]), sta scontando un divario crescente con gli Stati Uniti: crescita strutturale più bassa, produttività più debole e un costo dell’energia che pesa sulla competitività. In parallelo, l’Europa affronta una nuova pressione esterna: la deviazione dell’export cinese verso il mercato UE, che comprime i prezzi e mette sotto stress i margini industriali.
Un’Europa contesa tra energia, produttività e geopolitica
Il tema energia resta centrale: l’industria europea paga elettricità più cara rispetto ai competitor globali. Un confronto per la competitività industriale è basato sui prezzi medi UE pari a circa €0,287/kWh nella prima metà del 2025[2], contro livelli molto più bassi in USA (€ 0,161[3]) e Cina (€ 0,065[4]).
Questo differenziale non è un dettaglio: incide su scelte di localizzazione, investimenti, supply chain e prezzi finali.
Sul fronte geopolitico-commerciale, la crescente competitività cinese, anche per effetto di politiche industriali di lungo periodo e dei dazi USA, stanno provocando un maggiore afflusso di merci verso l’Europa. In caso di forte reindirizzamento dei flussi di merce, congiuntamente al crollo del dollaro statunitense della scorsa settimana, alla volatilità dei mercati delle materie prime ed alle pressioni sulla Federal Reserve affinché tagli i tassi, la situazione oggi apparentemente stabile potrebbe cambiare rapidamente[5].
Quindi le imprese potrebbero dover affrontare prezzi più compressi in diversi comparti, soprattutto dove la concorrenza di import è più intensa.
La resilienza dell’area euro
La mole di risparmi domestici, il favorevole andamento dei consumi interni ed il forte aumento della spesa pubblica per difesa ed infrastrutture potrebbero favorire un impulso all’espansione dell’area e compensare la debolezza delle esportazioni e le difficoltà della produzione industriale sul piano competitivo.
Impatti pratici per chi fa impresa: cosa cambia davvero
A) Prezzi e posizionamento
Con import a prezzi più bassi, la difesa consiste nell’alzare il valore: qualità, servizio, personalizzazione, tempi di consegna, compliance, certificazioni, tracciabilità.
B) Supply chain e costi energetici
L’energia resta una variabile strategica: contratti, autoproduzione, comunità energetiche, audit sui consumi e investimento in macchinari efficienti sono ora un must.
C) Investimenti
Se i tassi dovessero scendere, risulta indispensabile aver pianificato per tempo uno scenario produttivo idoneo a supportare una politica monetaria espansiva.
L’inflazione annua dell’area euro è prevista all’1,7% a gennaio 2026, in calo dal 2,0% di dicembre, secondo una stima flash di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea[6].
Andamento di due settori chiave in ottica UE
Alimentare e farmaceutico sono due solidi settori dell’economia UE: hanno domanda poco elastica (si comprano cibo e medicine anche quando il ciclo rallenta), quindi spiegano sia la resilienza dei consumi sia la dinamica dell’inflazione – due variabili che, in questo contesto, guidano le scelte della BCE.
- Inflazione e BCE: nel paniere dell’area euro, la componente “food, alcohol & tobacco” è una delle voci principali e spesso rimane positiva anche quando l’energia va in negativo. Se l’energia trascina l’inflazione verso 1,7%, il floor spesso lo fanno proprio alimentari (e servizi). Quindi parlare di food significa parlare del rischio che l’inflazione resti sotto target o risalga, e quindi dei tassi.
- Consumi e crescita: se la crescita regge grazie alla domanda interna, allora i settori più legati ai consumi necessari (alimentare) e alla spesa sanitaria (farmaceutico) sono i primi da guardare per capire quanto è robusta davvero quella domanda.
- Margini e pricing power: in fase di prezzi volatili e dal trend poco definito e compressione competitiva (anche da import), i due comparti in esame diventano interessanti perché possono avere maggiore capacità di trasferire i costi (brand, contratti, rimborsi/SSN, canali regolati) rispetto a molti settori industriali. Questo li rende un termometro di tenuta dei margini.
Food e pharma sono la lente migliore per collegare inflazione (target BCE), consumi (PIL) e redditività delle imprese in un’Europa che cerca stabilità in mezzo a shock energetici e commerciali.
Quindi esaminiamo in sintesi l’andamento di questi due importanti settori:
Alimentare: anche i grandi player stanno cercando efficienza e riorganizzazione. Nestlé ha annunciato un piano di taglio costi e riduzione di personale su scala globale, segnale di un settore dove volumi, prezzi e costi delle materie prime restano delicati.[7]
Per le imprese della filiera: spazio per chi innova su private label premium, logistica, ingredientistica, sostenibilità.
Farmaceutico: l’Europa è attrattiva, ma la competizione per investimenti e produzione avanzata è forte. AstraZeneca ha avvertito che l’Europa rischia di perdere “health sovereignty” se continua a sotto-remunerare l’innovazione, spingendo investimenti verso USA e Asia[8].
Come si afferma nell’articolo citato in nota 8, in Europa è ancora presente una grande base industriale di prodotti farmaceutici, prevalentemente per ragioni storiche. Il problema è che i prodotti del futuro si basano su nuove tecnologie che richiedono nuovi strumenti di produzione, che stanno deviando verso gli Stati Uniti, la Cina ed altre parti del mondo. Quindi fra 15 o 20 anni, l’Europa potrebbe facilmente perdere la propria sovranità sanitaria.
In tal caso alcuni Paesi potrebbero ritrovarsi ad avere accesso solo a farmaci generici fuori brevetto, che di solito hanno almeno 10 anni, invece che ai farmaci più recenti ed innovativi.
Per l’indotto ciò può tradursi in: opportunità su qualità, compliance, supply security, digitalizzazione della produzione e servizi regolatori.
In un’UE che deve chiarire – prima di tutto a sé stessa – la propria direzione strategica, l’impresa non può aspettare che siano le istituzioni a risolvere tutto. La traiettoria più realistica, oggi, è doppia:
- più concorrenza di prezzo (soprattutto da import);
- più spinta a innovare per restare rilevanti e resilienti.
Chi vince? Non necessariamente chi è più grande, ma chi è più rapido nel riposizionarsi: efficienza energetica, digitalizzazione, valore di prodotto/servizio e gestione del rischio. Come L. C. Megginson scrisse parafrasando Darwin[9]: “Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno la più intelligente. Sopravvive la specie che si adatta meglio al cambiamento“.
[1] “What’s the point of Europe today? It must figure it fast“, Stephen Jen, reuters.com, 4/2/2026.
[2] Dati Eurostat, https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/, 5/2/2026 per le utenze domestiche standard – fascia tra i 2.500 ed i 5.000 kWh – riferiti al primo semestre 2025.
[3] Dato puntuale giugno 2025, disponibile al seguente link: https://it.globalpetrolprices.com/China/electricity_prices/#hl115.
[4] Vedi nota 3.
[5] “Choppy markets threaten ECB’s ‘good place’ but rates still firmly on hold“, Balazs Koranyi e Francesco Canepa, 5/2/2026, reuters.com.
[6] “Euro area annual inflation down to 1,7%“, ECB, 4/2/2026.
[7] “Nestlè cuts 16,000 jobs as part of an intensifying cost-cutting campaign“, M. Chapman, 16/10/2025, apnews.com.
[8] “Europe risks “health sovereignty” by underpaying for drugs, says AstraZeneca“, FT, H. Kuchler, 6/11/2025.
[9] “Lessons from Europe for American Business” su Southwestern Social Science Quarterl, 1964.


