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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

Imposte e Tasse

Costo del denaro e redistribuzione dei redditi

Paola Portuese

Il differenziale che dal 16 settembre sarà di 125 punti base tra Bank Rate della BoE, pari al 3,75%, ed il tasso sui depositi BCE, che salirà al 2,50%, non appare imputabile al semplice divario di inflazione corrente tra Regno Unito e area euro, dato che l’inflazione complessiva nell’eurozona è persino superiore. Questo confronto sarà messo alla prova il 17 settembre, data in cui la BoE deciderà le prossime mosse di politica monetaria, con il petrolio sopra i 100 dollari.

Sorge spontaneo un interrogativo: ‘La BCE sta tollerando un’inflazione superiore al target più a lungo di quanto farebbe una banca centrale maggiormente avversa all’inflazione perché attribuisce un peso crescente ai costi che una politica monetaria più restrittiva imporrebbe agli investimenti e alla crescita europea?‘

Ad agosto l’inflazione dell’area euro è stimata al 3,3%, spinta soprattutto dall’energia, contro un’inflazione britannica indicata al 2,9% per il mese di luglio. La componente europea al netto dell’energia resta molto più contenuta, è vero, ma il confronto rimane interessante: Francoforte accetta un tasso ufficiale sensibilmente inferiore a quello londinese proprio mentre l’inflazione europea supera ampiamente l’obiettivo del 2%.

La BCE ha appena corretto parzialmente la rotta. E lo ha fatto riconoscendo che il conflitto in Medio Oriente manterrà l’inflazione sopra il target ancora a lungo: nelle nuove proiezioni prevede il 3% medio nel 2026, il 2,5% nel 2027 e ancora il 2,1% nel 2028. Eppure il tasso sui depositi salirà, per ora, al 2,50%.

La BoE non reagisce automaticamente allo shock petrolifero alzando i tassi, ma vuole vedere se lo shock esterno si trasferisce stabilmente nell’economia britannica. Non esiste un percorso predeterminato di rialzo. Ogni decisione dipenderà dalla comparsa di effetti persistenti sui prezzi interni. Londra tiene quindi più alta l’assicurazione contro gli effetti di secondo giro mantenendo il Bank Rate al 3,75%. Conserva quindi un’impostazione monetaria sensibilmente più restrittiva di quella BCE.

Secondo Reuters la BoE potrebbe rallentare il quantitative tightening, cioè il processo di riduzione del portafoglio di Gilt attraverso il mancato reinvestimento dei titoli in scadenza e vendite attive. Londra potrebbe quindi mantenere elevato il prezzo del denaro senza accentuare ulteriormente la pressione esercitata dal proprio bilancio sulla curva dei rendimenti. È una combinazione più sofisticata del semplice ‘alzo/non alzo i tassi’.

La politica monetaria britannica appare quindi, almeno sotto il profilo della risposta al rischio inflazionistico, non solo più prudente, ma principalmente più credibile. La differenza di impostazione riguarda anche il modo in cui il costo dello shock viene distribuito tra debitori, investitori, lavoratori, imprese e contribuenti. Londra sembra voler impedire che l’inflazione si incorpori nell’economia prima di un eventuale allentamento. Francoforte appare assai più disponibile ad accettare temporaneamente un’inflazione superiore al target.

E’ il modo in cui la politica monetaria europea si scontra inevitabilmente con la politica fiscale e, soprattutto, con la politica dei redditi.

L’esperienza degli ultimi shock inflazionistici ha mostrato una seconda linea di difesa: compensare fiscalmente una parte dell’aumento dei prezzi, soprattutto nei segmenti reddituali più fragili. Trasferimenti, crediti fiscali, agevolazioni contributive, sussidi e bonus assolvono anche a questa funzione. Socialmente comprensibile. Economicamente, però, il meccanismo produce un effetto che merita molta più attenzione: il salario lordo diventa un indicatore sempre meno rappresentativo del reddito effettivamente disponibile.

La distorsione aumenta quando la variazione del reddito disponibile diventa fortemente non proporzionale rispetto all’aumento del salario lordo e quindi la relazione tra maggiore retribuzione lorda e maggiore reddito disponibile diventa sempre meno lineare. Non significa affermare che chi percepisce un salario basso produca necessariamente poco: salario e produttività individuale non coincidono automaticamente. Ma quando il reddito da lavoro è basso, lo Stato può integrarlo direttamente o indirettamente attraverso trasferimenti e minore imposizione; quando sale, quegli aiuti vengono progressivamente ritirati mentre aumentano imposte e contributi.

La low-wage trap descrive il problema alla base della distribuzione: misura la quota dell’incremento del reddito lordo che viene assorbita dall’aumento di imposte e contributi e dalla progressiva perdita dei benefici sociali quando cresce il reddito da lavoro. Salendo nella distribuzione dei redditi, lo stesso tema assume forme diverse: progressività dell’imposta, cuneo fiscale e contributivo e fiscal drag.

Il risultato può essere paradossale: il reddito disponibile viene sostenuto dal basso e compresso dall’alto.

In basso il sistema protegge chi rimane entro determinate soglie. Appena sopra, il lavoratore perde progressivamente agevolazioni e trasferimenti e comincia a finanziarli attraverso la fiscalità generale. Per il lavoratore qualificato il quadro diventa particolarmente evidente: maggiore specializzazione, responsabilità e produttività producono un salario lordo maggiore, ma una parte del differenziale viene assorbita dalla fiscalità e, contemporaneamente, l’inflazione ne riduce il valore reale.

La scala retributiva finisce quindi per accorciarsi in termini di reddito disponibile reale.

Ovviamente politiche di sostegno dei redditi più bassi sono quantomai indispensabili soprattutto nel periodo attuale.

Cosa c’entra la BCE con questo discorso?

Se lo Stato attenua fiscalmente gli effetti distributivi dell’inflazione, una parte del costo sociale immediato di una politica monetaria relativamente meno restrittiva può essere temporaneamente assorbita dal bilancio pubblico. Il tasso di riferimento più contenuto facilita il finanziamento degli investimenti. Il sostegno assistenziale ai redditi più bassi protegge la fascia più esposta all’inflazione. La maggiore incidenza del prelievo sui redditi medio-alti contribuisce al finanziamento complessivo della spesa pubblica, della quale fanno parte anche le politiche redistributive. Nel punto centrale di questo meccanismo si appiattisce soprattutto il differenziale netto riconosciuto al lavoratore qualificato: troppo ‘ricco’ per essere assistito e troppo ‘dipendente’ dal salario per difendersi dall’inflazione.

Il risultato può essere paradossale. In basso, il sistema protegge chi rimane entro determinate soglie reddituali. Appena sopra, il lavoratore perde progressivamente agevolazioni e trasferimenti e comincia a finanziarli attraverso la fiscalità generale. E per il lavoratore qualificato, il quadro diventa ancora più evidente: maggiore specializzazione, responsabilità e produttività si traducono sì in un salario lordo maggiore, ma una parte crescente del differenziale viene assorbita dal sistema fiscale e contributivo.

L’OECD, in Taxing Wages 2026: Italy, rileva che nel 2025 il cuneo fiscale sul lavoro per un lavoratore single senza figli con retribuzione media è pari al 45,8% del costo complessivo del lavoro, contro una media OECD del 35,1%. L’Italia presenta così il quinto cuneo fiscale più elevato tra i 38 Paesi OECD, nonostante una riduzione di 1,21 punti percentuali rispetto al 47,0% del 2024. Ma il dato più significativo ai fini redistributivi emerge dal confronto con il lavoratore monoreddito con due figli: benefici familiari e disposizioni fiscali riducono in Italia il cuneo di 11,5 punti percentuali rispetto al single, una riduzione superiore agli 8,9 punti della media OECD. Se confrontiamo la percentuale del 45,8% di un lavoratore single con il 34,3% di una famiglia con due figli, la componente fiscale-assistenziale del cuneo emerge nettamente.

Ancora più significativo del cuneo fiscale medio è il cuneo marginale – cioè quanta parte di un aumento del costo del lavoro viene assorbita da imposte sul reddito + contributi del lavoratore + contributi del datore di lavoro − eventuali trasferimenti monetari -.

Secondo l’OECD, nel 2025 per un lavoratore italiano single senza figli con salario medio, il 72,8% dell’incremento marginale del costo del lavoro viene assorbito da imposte e contributi, al netto dei trasferimenti: al lavoratore resta quindi soltanto il 27,2%. In Giappone, nella medesima configurazione, il cuneo marginale è appena del 37,7% e il 62,3% dell’incremento rimane disponibile. Nelle famiglie italiane con due percettori di reddito il cuneo marginale arriva addirittura al 76,6%.

Il salario lordo, dunque, non determina da solo il reddito realmente disponibile: fiscalità e trasferimenti ne modificano sensibilmente la distribuzione.

Mentre l’inflazione erode il potere d’acquisto del salario qualificato, il sistema fiscale-assistenziale attenua la perdita sui redditi più bassi. La scala retributiva si accorcia in termini reali.

Eurofound rileva che solo aumenti eccezionalmente elevati dei salari minimi, superiori al 15%, producono un forte effetto di compressione della distribuzione salariale. Il problema non consiste certo nel sostenere fasce economiche particolarmente fragili. Il problema nasce dalla distorsione economica provocata dalla trasformazione dell’assistenzialismo salariale da eccezione a parte strutturale della determinazione dei redditi: il mercato determina il lordo, lo Stato ridisegna il netto. Si intende per assistenzialismo salariale l’insieme strutturale di trasferimenti, detrazioni e agevolazioni che contribuisce a determinare il reddito disponibile del lavoratore oltre il salario di mercato.

Alla fine il rischio è che, nel tentativo di proteggere i salari più deboli, si finisca per impoverire proprio quelli che dovrebbero rappresentare il premio economico alla qualificazione, alla produttività e alla responsabilità.

Perché se tutti i redditi disponibili devono convergere, prima o poi qualcuno deve pagare la convergenza.

L’IA e l’uscita dal salario

L’IA può aumentare la scala produttiva dell’individuo. Se un lavoratore qualificato riesce, grazie all’IA, a produrre più valore oppure a produrre lo stesso valore in meno tempo, all’interno del rapporto salariato può tuttavia continuare a ricevere una retribuzione determinata da una scala relativamente rigida. Se il differenziale netto viene contemporaneamente compresso da imposizione progressiva, fiscal drag e perdita delle agevolazioni, aumenta la distanza tra produttività potenziale e quota del valore prodotto che il lavoratore riesce a trattenere attraverso il salario.

È proprio questa distanza a poter modificare il calcolo di convenienza: per alcune professionalità può diventare relativamente più vantaggioso vendere direttamente sul mercato la propria capacità produttiva come professionista indipendente, consulente, freelance, microimpresa individuale o fornitore di prestazioni specialistiche, remunerate per progetto, risultato o cliente anziché per tempo di lavoro.

Questa non è soltanto un’ipotesi teorica. Uno studio pubblicato nel 2025 sull’International Labour Review, basato su dati individuali di 30 Paesi europei, rileva che i lavoratori dipendenti più esposti a tecnologie che aumentano la capacità produttiva del lavoro hanno una probabilità maggiore di passare dal lavoro salariato al solo self-employment. Per i lavoratori altamente qualificati tali tecnologie sembrano inoltre aumentare la mobilità professionale e ridurre il rischio di disoccupazione.

Questa evidenza suggerisce che, almeno per una parte delle professionalità più qualificate, potrebbe diventare relativamente meno centrale il lavoro venduto come salario e più rilevante la capacità produttiva venduta direttamente come servizio.

Ciò influisce anche sulla redistribuzione salariale.

Se il lavoratore meno retribuito viene protetto attraverso trasferimenti, agevolazioni e integrazioni mentre quello qualificato vede progressivamente ridotto il premio netto derivante dalla propria maggiore produttività, il sistema non elimina quella produttività, ma fornisce al lavoratore un incentivo a cambiare forma contrattuale.

Il lavoratore altamente qualificato può cioè arrivare alla conclusione che non gli convenga più cercare di salire lungo la scala salariale, perché quella scala viene progressivamente compressa. A quel punto può convenirgli uscire dalla scala.

L’effetto, più che l’intenzione, potrebbe allora essere sorprendente: la politica redistributiva che appiattisce i redditi da lavoro dipendente può accelerare proprio la separazione dei lavoratori più produttivi dal modello salariale tradizionale.

In basso rimane il salario sostenuto, protetto o integrato dalla fiscalità. In mezzo rimane il lavoro dipendente ordinario. In alto una parte crescente del capitale umano può invece trasformarsi in lavoro autonomo, consulenza, impresa individuale, partecipazione agli utili, remunerazione per progetto o proprietà del prodotto intellettuale realizzato.

L’IA cambia il calcolo di convenienza.

Più si comprime fiscalmente il premio alla qualificazione all’interno del lavoro dipendente, più aumenta l’incentivo economico per chi dispone delle competenze necessarie a trasferire la propria attività fuori dalla relazione salariale. E più ciò accade, più cambia la composizione della base fiscale e contributiva sulla quale sono costruiti i sistemi di welfare ancora fortemente imperniati sul lavoro dipendente.

Tassi relativamente bassi agevolano Stati indebitati e grandi programmi di investimento in infrastrutture, difesa, energia, semiconduttori e intelligenza artificiale. Il sostegno fiscale attenua gli effetti dell’inflazione sui redditi inferiori. La progressività concentra una parte maggiore dell’onere sui redditi superiori.

Ma l’IA introduce una variabile che prima mancava: rende più facile, per una parte dei lavoratori qualificati, sottrarsi non al fisco — che naturalmente rimane — ma alla struttura economica del salario.

E quindi forse la vera trasformazione indotta dall’IA non sarà la scomparsa del lavoro: sarà la progressiva perdita di centralità del lavoro salariato come contenitore universale del lavoro qualificato. La trasformazione potrebbe quindi non essere la scomparsa del lavoro salariato, ma la sua progressiva perdita di centralità come forma naturale di remunerazione di una parte del lavoro altamente qualificato.

La differenza tra il 3,75% inglese e il 2,50% europeo non misura soltanto due diverse previsioni sull’inflazione. Misura due modi diversi di distribuire il costo dell’aggiustamento.

Nel primo il prezzo del denaro resta alto per difendere il valore della moneta.

Nel secondo il costo del denaro rimane più basso, mentre una parte crescente della correzione passa attraverso inflazione, fiscalità e redistribuzione. E mentre si comprime la scala salariale per rendere sostenibile questo equilibrio, l’intelligenza artificiale può offrire ai lavoratori che stanno in cima a quella scala una porta laterale per uscirne.

Il paradosso finale potrebbe essere proprio questo: nel tentativo di rendere i salari più uguali, avremo reso il salario meno interessante per chi produce più valore. E tutto ciò mentre il nuovo shock petrolifero non produce soltanto inflazione: sta già redistribuendo profitti verso i settori che beneficiano direttamente della scarsità energetica e del riarmo. Il dubbio dell’investitore diventa allora ancora più scomodo: quanto del nuovo ciclo di investimenti è risposta necessaria alla crisi e quanto, invece, finirà per trasformare la crisi stessa in una nuova e duratura fonte di rendimento?

Mappa causa-effetto

Tassi, credito e investimenti

Segui i passaggi. Apri ogni nodo per capire come si trasmette il cambiamento.

  1. 01Il tasso cambia

    Un rialzo dei tassi di mercato può trasmettersi al costo del credito. Intensità e tempi dipendono da indice, spread e contratto.

  2. 02Il debito si adegua

    I finanziamenti variabili e quelli da rifinanziare possono diventare più costosi; un tasso fisso già contrattualizzato non si adegua automaticamente.

  3. 03Cassa e valutazioni reagiscono

    Più interessi possono ridurre la cassa disponibile. Per le obbligazioni a tasso fisso, rendimenti più alti tendono a ridurre il prezzo di mercato.

  4. 04Le condizioni possono cambiare

    Scadenze, coperture, variazioni dello spread e crescita dei ricavi possono attenuare o amplificare la trasmissione.

Per l’imprenditore

Controlla quota di debito variabile, prossime scadenze, spread e cassa assorbita dagli interessi.

Per l’investitore

Controlla duration, esposizione ai rendimenti e necessità di vendere prima della scadenza. Il prezzo di mercato non coincide con il rimborso contrattuale.

La mappa descrive un possibile meccanismo economico: tempi, intensità e direzione dipendono dalle condizioni indicate.

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Variazione stimata del prezzo (%) = −sensibilità × variazione del rendimento. Con i valori iniziali: −7 × 1 = −7%. Nel campo del rendimento, 1,00% indica un punto percentuale: per esempio dal 3,00% al 4,00%, non un aumento relativo dell'1%. La sensibilità non indica gli anni mancanti alla scadenza. È una stima lineare della sola variazione di prezzo: non include le cedole incassate o eventi di insolvenza. Per un portafoglio ipotizza movimenti uniformi dei rendimenti. Per variazioni ampie perde affidabilità.

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