L’espansione globale delle stablecoin denominate in dollari USA sta trasformando un tema nato nel mondo crypto in una questione di stabilità finanziaria e di sovranità monetaria. Se una forma di contante digitale in USD diventasse davvero pervasiva, anche l’Eurozona potrebbe trovarsi esposta a dinamiche simili a quelle osservate in alcuni Paesi emergenti: quando la “dollarizzazione” prende piede, diventa più complicato per le autorità locali trasmettere efficacemente le decisioni sui tassi e governare la liquidità nel sistema[1].
L’avvertimento di Jean Tirole
Jean Tirole, Premio Nobel per l’Economia, evidenzia che molte stablecoin vengono percepite come denaro sicuro, quasi come un deposito, ma non sempre offrono le stesse tutele del sistema bancario. Se una stablecoin di massa perdesse credibilità, il rischio non sarebbe solo per chi la detiene: potrebbe diventare un problema politico, perché i governi potrebbero subire pressioni per evitare perdite diffuse e arginare il contagio, fino a ipotizzare interventi pubblici con effetti, in ultima analisi, a carico dei contribuenti.
Esempio: ipotesi di una stablecoin enorme usata come “contante” digitale
Una stablecoin in dollari è usata da milioni di persone e imprese per:
– pagare su app e marketplace,
– fare rimesse,
– tenere liquidità “parcheggiata” sugli exchange (le piattaforme dove si comprano e vendono le critpovalute),
– regolare pagamenti tra aziende.
Si supponga che in circolazione ci siano 300 miliardi di token.
Ipotesi shock: nasce il dubbio sulle riserve
Esce la notizia che una parte delle riserve non è così liquida come sembrava (o che c’è un buco operativo/legale). Non serve che sia tutto vero: basta che il mercato lo creda.
1. Gli utenti iniziano a convertire token in dollari.
2. L’emittente, per rimborsare, deve vendere in fretta titoli di Stato a breve o altri asset: parte una fire sale.
3. La stablecoin scende sotto 1$: de-pegging.
4. Alcuni exchange bloccano o rallentano i rimborsi per gestire l’emergenza.
5. Le imprese che la usavano come cassa per pagamenti si trovano con liquidità “congelata”.
A questo punto non soffrono solo gli speculatori:
– famiglie che la usavano come alternativa al conto corrente perdono potere d’acquisto.
– PMI che pagavano fornitori/stipendi in stablecoin non riescono a regolare i pagamenti.
– l’effetto si allarga: vendite forzate di riserve e panico possono destabilizzare anche mercati tradizionali (es. Treasury a breve).
Quando una stablecoin diventa infrastruttura di pagamenti e “quasi-deposito” per milioni di persone, un suo collasso può creare un danno sociale e sistemico tale che la politica si trovi a scegliere tra lasciar fallire (con caos e contagio) o intervenire (con rischio di socializzare le perdite).
Perché si parla di rischio bailout
1) Rischio di run e perdita dell’ancoraggio: Il punto debole è la fiducia. Se gli utenti dubitano della qualità o della liquidità delle riserve, possono chiedere rimborsi tutti insieme, innescando una run e un possibile de-pegging. In più, in contesti di rendimenti reali bassi, cresce la tentazione per alcuni operatori di cercare extra rendimento assumendo più rischio sulle riserve, aumentando la fragilità dell’intero schema.
2) Interconnessione con la finanza tradizionale e rischio di fire sale: Le grandi stablecoin devono gestire riserve in strumenti molto liquidi, spesso titoli governativi a breve. Se parte una corsa ai rimborsi, l’emittente può essere costretto a vendere rapidamente parte delle riserve: una vendita forzata su mercati già tesi può amplificare la volatilità e propagare lo stress oltre la crypto-finanza[2].
Il rendimento sulle stablecoin
Oggi lo scontro più visibile è negli USA ed è molto concreto: chi può offrire rendimento sulle stablecoin. Il quadro normativo statunitense (GENIUS Act[3]) vieta agli emittenti di pagare interessi; però rimane aperta la possibilità che piattaforme e intermediari offrano premi o incentivi economici ai detentori[4]. Le banche tradizionali sostengono che trasformare gli exchange in quasi-banche, drena i depositi e aumenta i rischi. Il settore crypto replica che limitare i reward significa, di fatto, ridurre la concorrenza.
Qui il punto non è solo concorrenziale: se una stablecoin diventa un sostituto operativo dei conti di pagamento, il confine tra finanza regolata e finanza parallela si assottiglia, incrementando i rischi sistemici sull’intera finanza globale.
[1] “Stablecoins could trigger taxpayer bailouts, warns Nobel economics laureate“, 1/9/2025, Olaf Storbeck, FT.
[2] “Stablecoins and Crypto Shocks: An Update“, 23/4/2025, Liberty Street Economics, Kenechukwu Anadu, Pablo D. Azar, Marco Cipriani, Thomas M. Eisenbach, Catherine Huang, Mattia Landoni, Gabriele La Spada, Marco Macchiavelli, Antoine Malfroy-Camine, and J. Christina Wang.
[3] Il GENIUS Act, firmato dal Presidente USA il 18/7/2025, definisce una categoria di emittenti autorizzati (permitted payment stablecoin issuers) e assegna la vigilanza a autorità “bancarie” federali o statali, a seconda del tipo di emittente. In sostanza, sposta le stablecoin “di pagamento” dentro un perimetro più vicino alla regolazione finanziaria tradizionale.
[4] “The stablecoin war: Wall Street vs crypto over the future of money“, FT, 2/2/2026; “The Loophole Turning Stablecoins Into a Trillion-Dollar Fight“, www.wired.com, 3/9/2025, Adam Willems; “Regulated Payment Stablecoins Become a Reality in the U.S.”, James Fuchs, 2/12/2025, www.stlouisfed.org.


