L’Europa rischia di essere il grande vaso di coccio in una crisi che non ha contribuito a creare, ma di cui sta già pagando il conto più alto. Il conflitto con l’Iran ha riacceso il canale più sensibile per l’economia europea — quello energetico — proprio mentre il continente non ha ancora riassorbito del tutto gli effetti della guerra in Ucraina, della stretta monetaria degli ultimi anni e del rallentamento industriale. In questo quadro, il timore di una BCE più aggressiva non nasce da una crescita troppo forte, ma dal rischio opposto: che uno shock esterno su petrolio e gas riaccenda l’inflazione mentre l’economia resta debole. È la combinazione peggiore: prezzi in salita e attività in frenata.
Qui sta il paradosso europeo. Se la Banca centrale fosse costretta a irrigidire la propria linea per difendere la stabilità dei prezzi, il risultato sarebbe una politica monetaria più severa in un’economia che non ha bisogno di essere raffreddata, ma protetta. Una stretta, in altre parole, potrebbe contenere le aspettative d’inflazione, ma al prezzo di aggravare le condizioni del credito, degli investimenti, della manifattura e dei consumi. L’Europa si troverebbe così compressa tra due forze: da un lato l’energia più cara, dall’altro il denaro più caro. Non è ancora detto che questo scenario si materializzi fino in fondo, ma il solo fatto che venga ritenuto plausibile basta a rendere più fragili mercati, imprese e famiglie.
Da questa crisi, però, non tutti escono allo stesso modo. A livello globale, i primi beneficiari sono evidenti: i grandi esportatori di energia e i Paesi meno esposti all’importazione di combustibili. La Russia trae vantaggio da prezzi più elevati e da una maggiore pressione sul sistema energetico europeo; gli Stati Uniti, pur colpiti dall’inflazione energetica, restano molto meno vulnerabili dell’Unione grazie alla loro posizione di produttore; la Cina, forte di una strategia industriale più centralizzata, può sfruttare la debolezza europea sia sul fronte manifatturiero sia su quello geopolitico. Ma questo non significa che l’Europa sia condannata a perdere tutto o che al suo interno non esistano vincitori relativi[1].
I primi a guadagnare, dentro l’UE, sono i settori legati alla sicurezza energetica. Utility integrate, operatori delle reti, sistemi di stoccaggio, terminali GNL, società infrastrutturali e grandi trader di energia si trovano in una posizione migliore rispetto ai comparti energivori puri, perché operano in segmenti dove i margini possono essere meglio difesi, la regolazione può offrire protezione e gli investimenti pubblici tendono a concentrarsi. Non a caso la Commissione, come dichiarato da Teresa Ribera, ha già aperto alla possibilità di utilizzare gli aiuti di Stato per alleggerire il costo dell’elettricità per i grandi consumatori energivori[2], ossia le imprese industriali che impiegano enormi quantità di elettricità e gas nei processi produttivi – siderurgia e acciaio, chimica, ceramica, carta, cemento, alluminio e metallurgia, meccanica pesante, ecc. -. Questo significa che, in caso di peggioramento, Bruxelles è pronta a selezionare e proteggere alcuni nodi strategici del sistema produttivo.
Il secondo gruppo che può beneficiare dello scenario è quello della difesa. Un’Europa stretta tra il fronte ucraino e il disordine mediorientale tende inevitabilmente a spendere di più per sicurezza, riarmo, logistica militare, tecnologie dual use – droni, IA, microchip, ecc. – presidio delle infrastrutture critiche. Non è una buona notizia per il continente, ma lo è per un comparto industriale che da anni vive di ordini pubblici e di priorità geopolitiche sempre più pressanti.
Il terzo possibile vincitore è la filiera della transizione energetica realista, quella che punta non solo sulle rinnovabili ma anche su reti, accumulo e nucleare. Lo shock in Medio Oriente ha già riacceso il dibattito sulla sicurezza dell’approvvigionamento e sull’errore strategico di aver ridotto troppo in fretta alcune capacità stabili. La nuova crisi rafforza, anche in Europa, la tesi secondo cui indipendenza energetica e competitività non possono poggiare solo sul mercato spot del gas. Per questo nucleare, tecnologie di rete e investimenti infrastrutturali potrebbero uscire rafforzati sul piano politico e industriale.
Il vero nodo, però, è un altro: l’Europa non può considerare il ritorno ai combustibili fossili russi come una via d’uscita ordinaria. La Commissione ha già messo nero su bianco il percorso di phase-out del gas russo e del petrolio russo entro il 2027. Ursula von der Leyen ha definito un ritorno ai combustibili fossili di Mosca un errore strategico, cioè non solo economico, ma anche geopolitico. Questo non esclude che, sotto pressione, in alcuni Paesi crescano tentazioni opportunistiche; significa però che la linea istituzionale europea, almeno per ora, resta opposta: più autonomia, non più dipendenza.
La conclusione è amara ma chiara. In questo scenario, l’Europa nel suo complesso non ha veri vincitori macroeconomici: ha soltanto settori che possono salvarsi meglio di altri o addirittura rafforzarsi grazie alla crisi. I vincitori relativi sono difesa, infrastrutture energetiche, nucleare, reti e grandi gruppi che possono essere protetti da aiuti pubblici. I perdenti, invece, sono più numerosi: industria energivora, retail, trasporti, famiglie a reddito medio e governi con poco spazio fiscale. È questa la vera morsa: non una cospirazione perfetta tra Washington e Mosca, ma una struttura di interessi e di vulnerabilità nella quale l’Europa resta l’anello più esposto. E finché non costruirà una vera sovranità energetica e industriale, ogni crisi esterna continuerà a trasformarsi in una crisi interna.
[1] “Return to Russian Fossil Fuels Would Be Strategic Blunder, EU’s Von Der Leyen Says“, wsj.com, E. Hancock, 11.3.2026. “REPowerEU – phase out of Russian energy imports“, energy.ec.europa.eu, 12.3.2026.
[2] “EU antitrust chief Ribera open to state aid for crisis-hit heavy energy users“, reuters.com, 12.3.2026, F.Y. Chee.


