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Impresa & Finanza

Economia, finanza e tecnologia. Le conseguenze sulle imprese e sulla società.

Intelligenza Artificiale

Quando trent’anni di esperienza valgono ancora

Paola Portuese

L’intelligenza artificiale sta entrando anche nel trading dei carburanti, uno di quei settori nei quali per decenni l’esperienza ha rappresentato un vantaggio competitivo difficilmente replicabile.

Il trader esperto conosce i fornitori, i porti, le rotte, le qualità dei prodotti, i tempi, le anomalie dei mercati. Sa che il carburante apparentemente più economico può diventare il più costoso se obbliga una nave a una deviazione, comporta tempi di attesa o presenta maggiori rischi nella fornitura.

Oggi una parte crescente di queste informazioni può essere raccolta, confrontata e interpretata dall’intelligenza artificiale.

Ed è qui che nasce una domanda molto meno banale di quella, ormai abusata, su quanti posti di lavoro l’AI eliminerà:

se una macchina può mettere a disposizione di tutti ciò che prima si imparava in vent’anni, che valore conserva l’esperienza?

La risposta, probabilmente, dipende da che cosa intendiamo per esperienza.

Prendiamo un settore completamente diverso: la revisione contabile e amministrativa.

Un sistema di intelligenza artificiale può già leggere documenti, confrontare dati, ricostruire calcoli, individuare incoerenze, verificare adempimenti e analizzare grandi quantità di informazioni molto più rapidamente di quanto possa fare un revisore.

Per molti controlli, anzi, il vero interrogativo non è più se utilizzare l’AI, ma perché continuare a effettuare verifiche a campione quando potrebbe essere controllato l’intero universo dei dati.

Ma immaginiamo ora due revisori.

Il primo ha trent’anni di esperienza. Il secondo ha iniziato da poco ed entrambi ricevono dalla stessa AI un’analisi tecnicamente impeccabile.

Hanno davvero davanti la stessa informazione?

Formalmente sì.

Professionalmente, no.

Il revisore esperto può riconoscere immediatamente che un’anomalia apparentemente importante è soltanto formale. Oppure, al contrario, può capire che una piccola incoerenza nasconde un problema molto più serio.

Può chiedersi perché sia stato utilizzato proprio quel criterio di calcolo, se l’errore sia occasionale o sistematico, se la spiegazione fornita sia plausibile nella realtà amministrativa e soprattutto se ciò che emerge modifichi davvero il giudizio finale.

Il giovane revisore può leggere la stessa risposta dell’intelligenza artificiale senza possedere ancora gli strumenti necessari per valutarne fino in fondo significato e conseguenze.

Ecco allora dove sta avvenendo la vera trasformazione.

L’intelligenza artificiale riduce rapidamente il valore dell’esperienza come memoria: conoscere norme, precedenti, procedure, formule e informazioni non garantisce più un vantaggio competitivo, perché una parte enorme di quel patrimonio può essere resa disponibile in pochi secondi.

Molto più difficile è sostituire l’esperienza come capacità di giudizio.

Anzi, paradossalmente, questa può diventare ancora più preziosa.

La prova si vede bene anche fuori dalla revisione.

Un’intelligenza artificiale può possedere una conoscenza giuridica impressionante: norme, giurisprudenza, procedura, orientamenti, eccezioni. Può ricostruire una fattispecie con grande precisione e perfino individuare problemi che un professionista potrebbe non vedere al primo colpo.

Ma questo non significa che sappia già fare l’avvocato penalista.

Perché il penalista esperto non conosce soltanto il diritto: sa quando parlare, quando tacere, quale argomento utilizzare subito e quale tenere in tasca, quale dettaglio apparentemente marginale può diventare decisivo e quale tesi, pur giuridicamente elegante, sarebbe un disastro processuale.

L’AI può conoscere il codice.

Il mestiere, almeno per ora, resta un’altra cosa.

E forse è proprio questa la distinzione che stiamo imparando troppo lentamente: la conoscenza può essere trasferita quasi istantaneamente; il giudizio no.

Naturalmente il vantaggio del professionista esperto non è eterno. Un giovane che utilizzi bene l’intelligenza artificiale potrà probabilmente imparare molto più velocemente di quanto fosse possibile alle generazioni precedenti.

Ma dovrà comunque imparare a distinguere ciò che è corretto da ciò che è rilevante, ciò che è possibile da ciò che è opportuno, e soprattutto ciò che ‘si può sostenere’ da ciò che conviene davvero fare.

Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sostituirà l’esperienza.

È capire quale esperienza sta diventando inutile e quale, invece, sta diventando più rara – e preziosa -.

L’AI democratizza l’accesso alla competenza.

Non democratizza automaticamente il giudizio.

E finché saprà molto senza sapere sempre che cosa farsene, gli esperti avranno ancora qualcosa da vendere, a caro prezzo.